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Il modo in cui ci imbarchiamo in aereo favorisce malattie


Come avvengono i contagi di virus? E come passano da una persona all’altra e da un Paese o da un continente all’altro? In modi molto diversi. Gli aerei sono tuttavia sempre apparsi come i veicoli perfetti per l’espandersi di un’epidemia. D’altronde la mescolanza di persone a bordo di un qualsiasi volo, la prossimità forzosa, il tempo spesso non proprio breve, la necessità di esaudire bisogni primari con cibo e piccole toilette in comune aumentano il rischio.

Ecco perché le compagnie aeree hanno una particolare responsabilità in questo senso. Che tuttavia non sembrano aver mai assunto in modo molto serio. Secondo una recente ricerca, sbagliano infatti le basi. A partire, cioè, dai metodi che utilizzano per imbarcare gli aerei. E dalla configurazione dei medesimi apparecchi.

Procediamo con ordine. Uno studio condotto da un team multidisciplinare dell’Arizona State University ha sfruttato un modello matematico per capire quante persone potessero potenzialmente essere infettate se l’imbarco negli aerei fosse svolto in diversi modi. Lo scenario di partenza è quello di un singolo passeggero infetto da ebola collocato al posto 10A.

Il risultato dell’indagine è che il modello attualmente seguito da praticamente ogni compagnia del mondo è il peggiore. Al momento, infatti, i passeggeri – esclusi disabili e famiglie con bambini – vengono fatti salire più o meno in base alle classi di appartenenza o al possesso di un qualche status fedeltà. Quindi entrano per primi i passeggeri delle prime classi, poi quelli della business, dell’economy e così via. Significa che un gran numero di persone potrebbe entrare in contatto con un passeggero ipoteticamente seduto al posto 10A, in particolare mentre tutti gli occupanti delle file successive aspettano in piedi nel corridoio di potersi sedere.

Insomma, sotto il profilo della salute la procedura per classi non è un buon metodo. “Le politiche delle compagnie sono pensate per ridurre tempi e costi – ha spiegato Anuj Mubayi, matematico dell’ateneo statunitense – vanno bene per loro ma non per le persone in viaggio. Le compagnie non pensano alle epidemie o alla diffusione delle malattie quando mettono nero su bianco queste policy”.

Le proposte degli studiosi ruotano invece intorno a una cosiddetta “strategia in due sezioni”. A loro avviso l’aereo dovrebbe essere diviso in due parti e i passeggeri imbarcati a caso – con buona pace dei ricchi passeggeri in first o business – al turno dell’una o dell’altra. Questo, a loro avviso, ridurrebbe il contatto umano al massimo e potrebbe essere utile a tagliare le probabilità di contagio. In particolare, abbasserebbe del 27% le probabilità che un’infezione si trasmetta da un individuo a un altro rispetto al modello generalmente applicato.

Certo la soluzione radicale sarebbe un’altra. Per esempio quella di aumentare i voli ma utilizzando velivoli molto più piccoli, da 50 poltrone al massimo. Un apparecchio di piccole dimensioni sposato a una strategia d’imbarco in due sezioni ridurrebbe di un ulteriore 13% le possibilità di infezione.

Nei ricercatori la curiosità per l’argomento è nata a cavallo fra 2014 e 2015, quando molte compagnie africane, americane e asiatiche hanno interrotto i voli da e per i Paesi maggiormente interessati dall’epidemia di ebola: Guinea, Liberia e Sierra Leone. Con scarsi risultati in termini di prevenzione. Gli studiosi sono infatti convinti che il rischio vada gestito per evitare di aggiungere ai problemi sanitari anche le ripercussioni economiche e legate all’isolamento. A breve la squadra offrirà ai vettori e agli aeroporti un software in grado di aiutarli a cambiare le loro procedure quando la situazione lo richieda.

In ogni caso, un consiglio per evitare di prendersi un malanno in volo è quello di evitare il retro dell’aereo, dove le persone tendono a raccogliersi per andare in bagno e dove avviene il grosso del lavoro degli assistenti di volo.

Approposito Diesel

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